È da poco passata la mezzanotte. Sul traghetto “MS Estonia”, gloria di questa rinata nazione che da poco ha ritrovato l’indipendenza, tutto scorre come al solito. C’è chi si è ritirato da un pezzo nella propria cabina a dormire, chi sorseggia ancora qualche liquore scandinavo al bancone del bar, chi continua imperterrito a cantare i successi degli A-ha sulle basi del karaoke.
Nella stanza di comando il capitano ed i suoi collaboratori sono piuttosto preoccupati. Con le sue oltre 15mila tonnellate di stazza il traghetto non ha certo la maneggevolezza di un’utilitaria e, viste le condizioni burrascose del Baltico, l’MS Estonia appare sempre più simile ad una bottiglia in balìa delle correnti.
All’improvviso accade l’inimmaginabile: il portellone di prua, da dove vengono imbarcate le auto, cede. La gelida acqua del Mar Baltico inizia ed entrare dall’impressionante squarcio che si è creato. È l’inizio della fine: in pochi minuti l’MS Estonia perde stabilità e s’inclina fino ad affondare completamente, portando con sé 852 persone che non raggiungeranno mai il porto di Stoccolma.
Fu così che, al largo dell’isola di Uto, la notte tra il 27 ed il 28 settembre 1994 si consumò la più grande tragedia navale europea dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Furono solo 137 le persone salvate dai soccorsi colpevolmente in ritardo. Ma questo non è l’unico aspetto che accende i dubbi su quanto sia realmente accaduto in quella tempestosa notte al centro del Baltico.
Un sistema di segnalazione SOS che risultava misteriosamente difettoso in tutta l’area geografica circostante; un esercitazione navale NATO (Cooperative Venture 94) iniziata poco prima in acque norvegesi con l’obiettivo di simulare proprio il salvataggio di imbarcazioni in difficoltà; un esercitazione antiterrorismo alla quale fu interessato il traghetto MS Estonia poche ore prima di partire dal porto di Tallin; la decisione delle autorità dei paesi interessati dalla tragedia di coprire con un sarcofago di ghiaia e cemento il relitto, giudicando le operazioni di recupero troppo costose e difficili (nonostante vi fossero state offerte di aiuto, per esempio da parte norvegese, sensibilmente meno costose); il misterioso trattato internazionale, The Estonia Agreement 1995, secondo il quale Svezia, Estonia, Finlandia, Lettonia, Polonia, Danimarca, Russia, e Gran Bretagna si sarebbero impegnate a tenersi alla larga dal luogo del disastro.
Infine il mistero dei misteri: il carico. Chi o cosa trasportava realmente l’Estonia? Cosa viaggiava insieme agli ignari passeggeri? Le ipotesi sono diverse, alcune più plausibili di altre, ma tutte emerse in inchieste ed indagini parallele e non ufficiali. C’è chi parla di centinaia di immigrati clandestini provenienti dal Kurdistan, che si andrebbero dunque ad aggiungere alle vittime della tragedia. Altri parlano di tecnologie spaziali sovietiche svendute illegalmente all’Occidente. Altri ancora raccontano della presenza a bordo di un carico di cobalto, osmio radioattivo ed uranio, fatto questo che spiegherebbe la volontà di costruire il più in fretta possibile un “sarcofago” (vi ricordate Cernobyl?).
Nell’ottica delle ipotesi alternative alla spiegazione ufficiale (guasto strutturale), quella del carico è una questione di primaria importanza. Proprio il tentativo di sbarazzarsene, dopo la notizia che la dogana svedese era stata avvertita della reale natura del trasporto, avrebbe determinato l’ingresso di acqua nella stiva, causando l’affondamento del traghetto.
Uranio, osmio radioattivo, cobalto, apparecchiature aerospaziali e, ovviamente, droga. Tanta droga. Eroina, cocaina, anfetamine, sostanze che quotidianamente venivano imbarcate illegalmente nel porto di Tallin. Destinazione: Scandinavia ed Europa occidentale.
Ecco allora che la tragedia del traghetto Estonia avrebbe potuto rivelare al mondo il ruolo di pivot dei traffici illegali internazionali di questa giovane repubblica baltica. La cocaina proveniente dall’America Latina, grazie agli accordi diretti tra narcos e dealer estoni. Le anfetamine importate dalla Lettonia, dalla Polonia e dai Paesi Bassi. L’eroina proveniente dal Caucaso e dall’Asia Centrale.
Senza dubbio negli anni ’90 l’Estonia ha rappresentato uno dei principali gate per le più svariate sostanze stupefacenti. D’altra parte la geografia ha sempre fatto della vivace repubblica un luogo di transito: 1 milione e mezzo di abitanti, a fronte di circa 10 milioni di persone che attraversavano annualmente i suoi confini. E, come è risaputo, è proprio nelle aree di passaggio dei grandi flussi che vanno ricercati i perni del trafficking, sia esso di esseri umani o di sostanze proibite.
Tuttavia oggi la geopolitica è cambiata. L’Estonia è un avamposto dell’Unione Europea e, dal punto di vista dei traffici illegali, ha nettamente perso il proprio peso specifico. Sono altre le aree politiche instabili e fumose nelle quali i commerci illeciti possono trovare un humus più adeguato. Ciò non toglie che, soprattutto per la Scandinavia, la Repubblica d’Estonia continui ad essere la principale porta d’accesso del trafficking. In altre parole, Stieg Larsson resta assolutamente attuale.


