L’oro è un bene rifugio, anzi è il bene rifugio per eccellenza. Il proliferare di negozietti “Compro Oro” in periodi di crisi dà la cifra di quanto questo metallo possa costituire l’unica e ultima certezza economica in un’epoca di moneta fiat. E così, sempre più appetibile, l’oro diventa facilmente oggetto di aspre contese nazionali ed internazionali. È quello che sta accadendo in Romania, nel piccolo villaggio di Rosia Montana. Qui, contrari e favorevoli alla riapertura di una miniera aurea si fronteggiano a muso duro in un contesto dove fanno la loro comparsa oscuri uomini d’affari, poteri corrotti e grandi multinazionali.
Lo scontro che oppone gran parte della società civile rumena (raccolta intorno al movimento Save Rosia Montana e all’ONG Alburnus Maior) alla Rosia Montana Gold Corporation (RMGC) iniziò nel 1997, quando questa società rumeno-canadese riuscì ad acquistare il suolo intorno al villaggio transilvanico (circa 50 km quadrati). I filoni aurei, scoperti in epoca romana, erano già esauriti da tempo, ma una discreta quantità di oro era ancora presente nel sottosuolo, anche se in modo disperso. Di qui la necessità di separarlo attraverso composti al cianuro, i cui pericolosissimi residui dovrebbero in futuro confluire in un bacino artificiale costruito ad hoc in una vallata adiacente. Una riserva di rifiuti tossici analoga a quella che cedette nel 2000 presso la vicina città di Baia Mare, devastando l’ecosistema e le risorse idriche del nord del paese e delle vicine Ungheria e Serbia.
Sembrerebbe dunque che qualche posto di lavoro ed investimenti in una zona fortemente depressa non valgano la candela: il rischio per l’uomo e per l’ambiente sarebbe troppo elevato. E questo era pure il parere dell’Unione Europea la quale, in vista dell’ingresso di Bucarest, aveva forzato nel 2006 le autorità rumene a chiudere il sito. Oggi, complice una classe dirigente miope e diffusamente corrotta, l’ipotesi di una riapertura di Rosia Montana si fa sempre più concreta. Ma arriviamo alla parte a mio avviso più interessante. Chi ci sarebbe dietro al “progetto Rosia Montana”? Qual è l’intreccio di poteri che spinge verso una ripresa delle attività estrattive?
Addentrandosi in questi retroscena il terreno diventa estremamente scivoloso oltre che altamente complesso. Proviamo comunque a sciogliere almeno un po’ di questa intricata matassa. Il nome chiave in tutta la vicenda è sicuramente quello dell’imprenditore rumeno-australiano Frank Timis, uno degli uomini più ricchi di Romania e tra gli uomini più ricchi del Regno Unito, dove risiede tuttora. Timis, emigrato in Australia passando per l’Italia, fondò nel 1995 una società attiva nel settore minerario, la Gabriel Resources Australia, che ben presto ebbe problemi con numerosi creditori, tra i quali la Banca Nazionale Australiana di Melbourne.
Appianati i problemi finanziari Timis pensò bene di dar vita ad un vero e proprio meccanismo di scatole cinesi, giusto per aumentare la trasparenza della propria attività. Nacque così la Gabriel Resources Limited, la quale possiede oggi una società praticamente omonima registrata alla Barbados, la quale ne possiede un’altra registrata presso l’isola di Jersey. Quest’ultima, a seguito di un accordo quanto meno dubbio siglato con le autorità di Bucarest (possibile che in ballo ci fosse un finanziamento canadese all’ampliamento della centrale nucleare rumena di Cernavoda), detiene l’80% delle azioni della Rosia Montana Gold Corporation. Il restante è quasi totalmente nelle mani della società Minvest Deva, cioè dello Stato rumeno.
Frank Timis, che detiene privatamente oltre l’80% dei titoli di Gabriel Resources Ltd. dopo essere uscito dall’esecutivo della società a seguito dell’impennata del 70% dei costi del progetto Rosia Montana, è senza dubbio un personaggio oscuro. Grazie ad enormi operazioni speculative sulle borse di Londra e Toronto, la sua fortuna aveva segnato nell’anno 2010 una crescita spettacolare. Tuttavia qualche problemino è stato riscontrato se sia i mercati di Gran Bretagna e Canada, sia il mercato di Sydney hanno recentemente dichiarato Timis “persona non grata”, bloccando così la sua attività su tutte e tre queste piazze.
Ma le ombre più inquietanti arrivano dal passato australiano, quando l’intraprendete uomo d’affari rumeno venne condannato due volte per possesso di eroina. “Ero un semplice consumatore, non un trafficante” ha sempre risposto Timis. Fatto sta che il quantitativo sequestrato fosse tale da far supporre un commercio su vasta scala. Di più: è altamente probabile che gli episodi australiani non fossero semplici errori di gioventù.
Arriviamo così all’altro personaggio chiave della vicenda, Ovidiu Tender, collega di Timis nell’esecutivo di Gabriel Resources Ltd. sin dai tempi della fondazione della società, quando nella dirigenza erano già presenti figure quali Bruce Marsh (in passato coinvolto in una vicenda di rifiuti tossici illegali in Papua Nuova Guinea) e Michael Steyn (accusato in passato di gravi violazioni dei diritti umani in Ghana). Ma permettetemi un piccolo passo indietro. Oltre che nelle attività minerarie (specialmente in Sierra Leone ed in altri paesi dell’Africa nera), Frank Timis è da sempre estremamente attivo nel settore degli idrocarburi. E anche in questo contesto non sono mancati i problemi e le ambiguità. La sua società Regal Petroleum PLC. (RPP) fu accusata nel 1999 da Gazprom di partecipare ad un complotto, insieme alla malavita ucraina, volto a rubare letteralmente il gas russo per poi rivenderlo sul mercato rumeno. Proprio in Ucraina ed in Romania il principale partner di RPP è la Prospectiuni SA, società per l’appunto di proprietà di Ovidiu Tender.
E la trama si complica ulteriormente. Quando nell’ottobre del 2002 la polizia postale dell’aeroporto olandese di Schiphol mise gli occhi (e le telecamere nascoste) su di un pacchetto sospetto proveniente da una banca colombiana e destinato ad un indirizzo dei Paesi Bassi, i nomi che saltarono fuori, in quella che pareva essere una classica operazione di riciclaggio di proventi derivanti dal narcotraffico, furono quelli del colonnello NATO Matser (assistente del Segretario Generale Robertson) e di diversi malviventi più o meno noti alle autorità olandesi. Inoltre in un documento, che stando a quanto affermava all’epoca il quotidiano britannico Times pareva essere un falso, la disposizione di trasferire la somma in questione sui conti della Tender SA.
Ma cosa legava Matser e Tender, e dunque Matser a Timis? Semplice: lo sforzo di controllare la PETROM SA., l’azienda petrolifera di Stato rumena. Interessante notare come nel tentativo di scalata avesse preso parte pure l’Halliburton dell’allora vice presidente Usa Dick Cheney. Con l’arresto di Matser l’operazione fallì. Per la cronaca, il colonnello venne prosciolto dall’accusa di riciclaggio, ma condannato per frode. Alla fine ottenne la libertà vigilata.
Un complicatissimo intreccio di poteri e malaffare, narcotraffico e tangenti si staglia sullo sfondo di una vicenda tanto torbida quanto le acque ferrose che attraversano il villaggio di Rosia Montana.
(Pubblicato su 24Emilia)

